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Enzo Bartolozzi

1922 - 2005
Biografia
Enzo Bartolozzi nasce a La Spezia il 5 agosto 1922. Alla fine dell’’800 il nonno paterno, Domenico Severino Bartolozzi, originario di Monsummano (PT), dopo aver esercitato in Maremma l’arte dei butteri, aveva avviato una impresa di trasporti con cavalli, e si era trasferito dalla Toscana in Liguria per partecipare ai lavori della realizzazione dell’Arsenale Militare Marittimo della Spezia. Dal figlio di lui, Emilio, nasce Enzo, primo di cinque fratelli (1). Enzo frequenta le scuole elementari dagli “Evangelisti” e dopo l’avviamento vorrebbe intraprendere la carriera d’artista, ma non ci sono i soldi necessari. L’arte è considerata un’attività non remunerativa e il ragazzo viene presentato e assunto come apprendista disegnatore, allo Stabilimento Termomeccanica della Spezia, già Officine Cerpelli: nel contempo frequenta, ancora adolescente , lo studio del pittore Giuseppe Caselli.
Il 25 luglio del 1942 Bartolozzi parte militare ma la salute cagionevole e la sua qualità di esperto in progettazione di macchinari lo restituiscono al lavoro civile già durante la guerra.
La sua famiglia vive sfollata a Corniglia, il terzo paese delle Cinque Terre (SP); qui trascorre gli ultimi mesi del periodo bellico e qui incontra Ara, una giovane alta e mora che sposerà nel 1948 (2). Per recuperare le scuole interrotte, studia privatamente da macchinista navale. Nel frattempo disegna e dipinge. Fa esperienza di tecniche pittoriche frequentando i pittori L. Gozzi e N. Navarrini ; con quest’ultimo collabora alla decorazione della chiesa di Nostra Signora della Salute a La Spezia. Nei primi giorni dello stesso anno nasce la figlia Daniela che l’artista ritrae in punta di penna, mentre, muovendo i primi passi trascina un cavallino di pezza (5). Per quanto interessato anche all’espressione pittorica, dal 1956 inizia ad prendere passione per il bianco e nero, soprattutto attraverso il mezzo espressivo dell’incisione, nella quale l’opera dell’artista non si limita alla semplice realizzazione grafica ma interviene in prima persona nella produzione finale del lavoro, operando in un vero laboratorio di stamperia autonomamente attrezzato. Nel suo studio prepara personalmente le lastre, ne cura la corrosione acida fino a pervenire all’intensità di segno desiderata, manualmente le inchiostra e le ripulisce, le stampa nel suo torchio a mano, sceglie il tipo di carta, la giusta imbibizione di questa,valuta la riuscita in varie “prove d’artista” fino al risultato più soddisfacente. E’ una tecnica nella quale la manualità e la sperimentazione si fondono magistralmente con l’istinto. La soddisfazione dell’artista non è fatto immediato, rapidamente concludente, ma è frutto di lunga, paziente, sapiente elaborazione. Sensazioni moderne espresse con lente metodiche antiche.
Nel 57 accetta senza indugio una interessante proposta di lavoro alla Worthington di Milano per cogliere l’occasione di frequentare ambienti utili al suo progresso artistico. Milano è una città che lo attrae: si ha modo conoscere artisti e galleristi, critici d’arte e maestri. C’è la possibilità di frequentare l'Accademia "Cimabue", e di visitare la Pinacoteca recentemente rinnovata che contiene, tra le altre, opere dei maggiori artisti italiani del primo Novecento, fra cui Boccioni, Braque, Carrà, De Pisis, Marino Marini, Modigliani e Morandi, nomi sempre ricorrenti nel suo parlare d’arte.
A Milano conosce e frequenta l’incisore Enrico Gaudino (6), Ernesto Treccani , il critico Raffaele De Grada, incontri che determineranno una profonda mutazione della sua espressività artistica: ” …le opere di questo periodo rappresentano la grande transizione …….la stagione non formale di Bartolozzi ha le sue origini proprio allora quando scomparvero le tracce di una rispondenza pigra e asettica al vero e quando il passaggio "dalla realtà naturale alla visione poetica" è avvenuto all'insegna di una nuova architettura dei contenuti e di moduli inediti per orchestrare e suggerire le "impressioni".” (7).
Ogni anno l’artista si concede una vacanza con la famiglia in un grazioso borgo della riviera ligure: la piccola, deliziosa Bonassola,con la sua spiaggia raccolta, la chiesetta sullo sperone di roccia protesa verso il largo, il castello con l’orologio che scandisce le ore, i suoi tranquilli e fedeli ospiti estivi. Anche al mare le amicizie che coltiva sono frutto della sua passione per l’arte. Qui conosce e frequenta Silvano Filippelli, , politico, regista teatrale, critico d'arte, (Livorno 1919 - 1977) che definisce le sue opere ”scrupolose ed affettuose impressioni in cui la delizia del segno è mitigata dalla severità della ricerca di un effetto di compostezza” .
A Bonassola incontra spesso anche l’amico Mauro Discovolo (8) con il quale nel 1963 espone a Genova al “ Centro artistico della Gioventù Italiana “.
L’attività grafica e pittorica procedono incessantemente con una produzione che si distacca sempre più nettamente dalla descrizione figurativa, per liberarsi in segni e coloriture dettati dalla sua prepotente e instancabile manualità.
Il bianco e nero che così profondamente lo attrae si concretizza anche nella produzione di moltissimi disegni a china
La mostra personale del 1968 alla Galleria “Il Brandale” di Savona è introdotta
dal pezzo critico di Stelio Rescio: “Un incisore che non ha formule” , dove si legge,
tra l’altro: ” La sua forza, intanto, è il sapersi rifiutare a qualsiasi cristallizzazione,
per cui non rimane prigioniero di una formula ritornante e reiterata.… caratterizzante in lui è la disposizione, la spinta a un’asciuttezza e concentrazione espressive
che sono segno non solo di maturità, ma di una probità che rifugge da ogni complicità con il < fruitore >…”
Diversi anni di lavoro sono dedicati all’acquaforte, per la quale inventa e sperimenta le più disparate tecniche per imprimere nella lastra i suoi “segni”; seguono poi negli anni ’70 – ’80 , le calcografie monotipo, opere ottenute con i procedimenti sperimentati per il bianco e nero , ma prodotte in esemplare unico a colori. All’inizio degli anni ‘80 si lascia travolgere dagli “strappi”, grandi opere in carta, ottenute da una matrice calcografica da lui stesso creata e quindi lacerata in strisce e ricomposta in un armonioso caos che la sua istintiva capacità di generare equilibrio dall’apparente disordine, rapidamente conclude. Dice l’artista a questo proposito, nell’intervista rilasciata a Marzia Ratti in occasione della Personale alla Palazzina delle Arti in La Spezia (9)
Ratti :” Com’è avvenuto il passaggio dalla grafica alla pittura scultorea che ha elaborato all’inizio degli anni ’80?
Bartolozzi :” Credo che l’elemento scatenante sia stato uno dei miei soliti colpi di rabbia.
Ratti :” Allude al cupio dissolvi che l’assale quando non è completamente soddisfatto dei suoi risultati?
Bartolozzi :” Si, il preludio alle Frantumazioni è stata la distruzione di un quadro che avevo preparato per la prima mostra a Castelnuovo. Ho cominciato a strappare, rompere, spezzettare, ma quando ho visto per terra quel bel mucchio di carta colorata ho pensato di non gettarlo via, di farlo rivivere nuovamente.”
Le creazioni che porta sulla carta nascono dal bisogno di liberare una forza interiore irrefrenabile. Può lavorare incessantemente per ore; l’attività è praticamente compulsiva, tanto che arriva a scrivere di suo pugno, sulla parete bianca dello studio, il motto : “faccio, disfaccio, rifaccio” che da solo lascia percepire l’onda travolgente della sua necessità di espressione. E’ il braccio che porta il gesto artistico, con una spontaneità e una libertà creativa che non conoscono limiti.
Il tempo delle rappresentazioni figurative su tela e su carta definitivamente tramonta per lasciare il passo all’invenzione di tecniche sperimentali e, per l’epoca, assolutamente innovative. Gli anni ’90 sono totalmente dedicati alle frantumazioni in striscia, nelle quali ricompone, attraverso brandelli lacerati in carta o tela, forme geometriche dalla percettibilità cangiante, mutevole . Create nell’ambiente cupo e ristretto dello studio d’artista contengono, una volta esposte in grandi spazi, esplosioni di colore inimmaginabili, bisognose di un’attenta osservazione.
I lunghi anni trascorsi nella sperimentazione di forme espressive sempre diverse sfociano talvolta nell’intimo rammarico di non aver saputo mantenere un filone creativo e una forma pittorica o grafica costante. Un cruccio incomprensibile per chi ne apprezza i lavori, che hanno apparenza diversa ma costante manifestazione dell’amore per la ricerca di un metodo atto a comunicare le sue percezioni, ad espellere dal proprio corpo, attraverso la creatività artistica, le tensioni psicologiche, le angosce esistenziali sempre mitigate dalla profonda partecipazione alla bellezza del creato. La natura lo affascina e lo rasserena. La possibilità di risiedere in un tranquillo comune di campagna casualmente offertagli dal destino, lo arricchisce di intima quiete.
Gli ultimi anni di vita lo vedono sempre insieme alla moglie Ara in lunghe passeggiate mattutine sulla spiaggia di Marina di Carrara, mentre le sue opere vengono esposte a Ostenda (Belgio) presso la Piretti Art Gallery(10) e al Casino Kursaal, a Nottingam (Gran Bretagna) alla Manhattan Gallery e in Germania a rappresentare la sua città natale, La Spezia, in occasione del gemellaggio con la città di Bayreuth nel 2004 (11).
E’ questo l’ultimo anno in cui riesce a lavorare. Il suo lavoro si concentra nelle “trame colorate”, grafici in unico esemplare a gessetto graffiato, nei quali ancora una volta dà sfogo alla sua inesauribile necessità di esprimersi per mezzo dell’arte.
La sua vita si spegne nell’agosto del 2005 nella sua casa in Castelnuovo Magra(SP).


NOTE E RIPRODUZIONI

1) Dal diario di Giuseppina De Simoni in Bartolozzi
2) Enzo e Ara a La Spezia – Maggio1947.
3) Lettera di premiazione “GAZZETTA DEI LAVORATORI 1949”
4) PREMIO DEL GOLFO 1949-1965
Le mostre spezzine 1953-1965 - Curatore Marzia Ratti
5) Disegno a china “ La Chicchi – 6.1.1951”
6) Da: Biografia di Enrico Gaudino “…la sua casa è luogo d’incontro di artisti, tra i quali Bodini, Cappello, Francese, Paolini. Il suo atelier diventa un laboratorio di sperimentazione frequentato tra gli altri da Chighine, Ferroni, Guerreschi, Rognoni, Treccani. Contemporanea delle avanguardie artistiche e influenzata dalle nuove correnti, la sua opera è sempre connessa all’ambito figurativo; ne scrivono i critici Raffaele De Grada, Mario De Micheli, Giorgio Mascherpa, Giorgio Trentin e gli artisti Emilio Greco ed Ernesto Treccani…. Alla fine degli anni novanta un tremore alle mani interrompe la sua arte, il 3 dicembre 2001 si spegne anche la sua vita.”
7) Dalla recensione critica sull’incisore Enzo Bartolozzi di Ferruccio Battolini :
Critico d’arte e giornalista,Ferruccio Battolini (La Spezia 1º settembre 1923 - La Spezia 15 febbraio 2007) diresse negli anni Ottanta la Biblioteca civica Ubaldo Mazzini della Spezia, dal 1996 presiedette l'Associazione culturale "Arteelibertà", da lui fondata e con sede presso la Biblioteca civica P.M. Beghi. Collezionista d'arte contemporanea, donò nel 2000 una ricca raccolta di opere artistiche al Centro di arte moderna e contemporanea (CAMeC) della Spezia
8) Mauro Discovolo: nato a Manarola (SP)nel 1909 – morto a Bonassola (SP)nel 1989, musicista e pittore come già il padre Antonio Discovolo e il nonno Mario Discovolo.
9) Marzia Ratti (La Spezia 7 settembre 1955) è una storica dell'arte italiana, attualmente Dirigente dell'Istituzione per i Servizi Culturali del Comune della Spezia.
10) Presentazione di Stephane Penxten per la Piretti Art Gallery – Ostenda(Belgio)
11) Comunicato Stampa per la Mostra di Enzo Bartolozzi presso il nuovo Municipio di Bayreuth (Germania)
Recensioni
Una storia davvero interessante quella del pittore Enzo Bartolozzi, ricca di episodi, di approcci, di tentativi, soprattutto di intelligenti e continue verifiche, nel solco delle più esaltanti esperienze vissute dal mondo artistico italiano nell'immediato secondo dopoguerra quando nacque e si sviluppò prepotente la voluttà di scoprire nuovi linguaggi e nuovi moduli, ben al di là delle tematiche ere¬ditate dalla pur importante vicenda novecentista.
Bartolozzi già da ragazzo si esercita nel disegno e subito manifesta tale propensione al padre che, pur operaio, frequenta assiduamente la Casa d'Arte di Scalinata Fossati e la hall del Croce di Malta per scrutare il fascinoso mondo delle arti visive. Addirittura il padre riferisce a Enzo sulle impressioni avute nel partecipare alla tumultuosa serata futurista, auspice F.T. Marinetti, al Teatro Civico. Nascono così nel nostro concittadino (è spezzino infatti, classe 1922) fremiti e ansie che lo portano a chiedere al padre di frequentare lo studio di Caselli per conoscere misteri e ardori del dipingere. Ma urge anche la necessità di una occupazione: ed ecco Bartolozzi, a soli quindici anni, diventare dipendente della Termomeccanica Italiana ove rimarrà sino all'anno '72, con la qualifica di disegnatore tecnico. È pur sempre la voglia di "delineare" a farla da padrone: con grande curiosità si avvicina ad alcuni artisti locali (aiuta addirittura Navarrini mentre affresca la Chiesa di Piazza Brin) e soprattutto si cimenta ogni giorno in impressioni grafiche, già allora — a ben guardare — prefazione puntuale e tecnicamente valida delle prove future. Disegna, dunque, e dipinge, con varietà tematica e con diversi modelli ispirativi ma anche con già individuabili intendimenti, quali il senso costruttivo e il coordinamento fra le varie parti della composizione. Cominciano anche le letture artistiche e subito si trova a preferire — pur non praticandole ancora né condividendole pienamente — le correnti d'avanguardia nate dall'incontro-scoperta, a nazifascismo concluso, delle tendenze europee ed america¬ne già fiorenti negli anni trenta-quaranta. Non mancano, ovviamente, le cosiddette letture di base, come il Berenson, il Marangoni, il Salvini, il Longhi e, non certamente ultimo ma anzi forse già più degli altri influente, il Lionello Venturi, una sorta di nuova bibbia estetica per chi amava indagare al di sotto della scorza meramente realistica e del cosiddetto "vero naturale". Verso la fine degli anni cinquanta Bartolozzi è già fra i partecipanti ad alcune mostre collettive: basterà ricordare le sindacali, le rassegne curate sul luogo di lavoro, le prime edizioni del premio "Golfo della Spezia". Alcuni titoli di quegli anni: un "Paesaggio urbano" (vigorosamente costruito, anche cromaticamente), "Fiori" (direi con in luce già il ritmo materico che caratterizzerà taluna produzione futura), ancora un "paesaggio" fra il candido e l'idilliaco, una "veduta con gli ulivi" già ben congegnata e orchestrata, "Mogli di pescatori" ove compare un sorvegliato senso della figura. È un periodo questo di intensa meditazione: il nostro artista segue, con grande entusiasmo e ovviamente fra mille interrogativi, il processo di sviluppo dell'estetica contemporanea guardando sempre più — anche senza sposare subito le loro tesi — ad artisti che hanno superato d'un balzo la logica del "soggetto" a tutti i costi e si sono avvicinati al concetto di "astrazione formale" inventato a suo tempo dai primi cubisti. Viene presentato intanto ad un personaggio della critica d'arte militante che ama il realismo e si batte per un avvicinamento, pur filtrato dalla singola emozione, della "realtà artistica a quella naturale": si tratta di Raffaele De Grada, interprete intelligente e coraggioso (in quanto non teme la polemica ed anzi l'affronta a viso aperto) dei principi del Planche e del Courbet debitamente sostanziati e arricchiti.
A De Grada, Bartolozzi presenta una cartella di disegni che suscitano nello studioso entusiastico consenso; analoghe approvazioni riceve nel presentare la produzione grafica ai titolari della Galleria "La Colonna".
Siamo poco più in là della metà degli anni cinquanta: sono anni importanti perché nasce in Bartolozzi la voglia di incidere (esattamente del '56 è la prima prova), sia perché non gli basta più l'estemporaneo vigore disegnativo sia perché vuole sfogare il suo empito creativo entro dimensioni e spessori di una nuova materia. Questa voluttà di segnare la superficie di una lastra lo porta subito a dare conseguenziale forza ideativa a sensazioni che erano ancora nella nebulosa delle intenzionalità: costruire, inventare, intrecciare linee e segni, e quindi inevitabilmente incidere. Sin dalle prime prove si capisce benissimo che Bartolozzi ha idee da vendere, in bilico fra poesia semplice ed essenziale cura dei reticoli strutturali, in vista di loro sempre nuove dimensioni. C'è in queste opere — e vi sarà in tutti i cicli incisori sino ad oggi — un'accuratezza istintiva che va sempre congiuntamente con quello che certi scrittori d'arte del secolo diciassettesimo chiamava¬no "intendimento" (e che per fortuna ritorna in tanta critica contemporanea, sia pure con sviluppi logici diversi), da interpretarsi certo come intenzione dell'artista di esterna¬re una capacità espressiva, di curare la disposizione degli elementi (realistici o del tutto astratti, non importa) dell'insieme compositivo, di distribuire e organizzare ritmicamente il bianco e il nero, di segnalare all'occhio del fruitore la struttura palese (e quelle possibili) del moto reticolare. II '57 è per Bartolozzi anche l'anno — ricordiamo, per inciso, che si trasferisce a Milano — in cui frequenta l'Accademia serale "Cimabue", partecipa alla XX Biennale meneghina, riceve un premio acquisto per l'opera grafica, conosce Treccani e Gaudino, quest'ultimo eccellente e fine incisore. Ho visto nel suo studio — affollato in modo incredibile di opere — anche due composizioni di quegli anni e vi ho trovato una poesia dolce e pacata, preludio ad una tempesta interiore che si verificherà agli inizi degli anni settanta. Intanto le incisioni vengono esposte, unita¬mente ad opere di pittura ed a disegni, in varie città: particolare successo ottengono alla Spezia (mostra del '62 alla Galleria 'La Cornice") ed a Livorno ove Silvano Filippelli le definisce "scrupolose ed affettuose impressioni in cui la delizia del segno è mitigata dalla se¬verità della ricerca di un effetto di compostezza". Certo, siamo tutti d'accordo (anche Righetti, mi pare, che Bartolozzi conosce proprio nel '62 per intavolare una lunga rispettosa amicizia) che le opere di questo periodo rappresentano la grande transizione e tuttavia non si può non dire che la stagione non formale di Bartolozzi ha le sue origini proprio allora quando scomparvero le`tracce di una rispondenza pigra e asettica al vero e quando il passaggio "dalla realtà naturale alla visione poetica" è avvenuto all'insegna di una nuova architettura dei contenuti e di moduli inediti per orchestrare e suggerire le "impressioni". Lavora molto anche nel disegno: di questo periodo sono da segnalare, fra i numerossimi fogli, ritratti (di Ara e Daniela), fiori e grandi folle urlanti (fra disperazione e disorientamento), ricordi delle feroci deportazioni naziste.
Abbandona dunque la natura e per qualche anno privilegia la figura, proposta in una chiave di esistenziale angoscia, nella inquieta condizione dell'uomo-massa voluta sostanzialmente da chi intende privarlo di alcune fonda¬mentali libertà: un uomo, non già più distinguibile, ridotto a rincorrere, con animo smarrito, la propria individualità sia pure nell'ambito di una volontà di rinnovamento etico-sociale che corrisponde, nel caso di Bartolozzi, in parte anche ai principi di una sua antica e sofferta militanza. Con la seconda metà degli anni sessanta si sviluppano quelle che lo stesso artista chiama sperimentazioni, stagione ricca di risultati e che si prolunga sino ad oggi, alternando momenti di riflessione a periodi di prove accanite e "selvagge", ampie e inedite, con la natura che di nuovo lo affascina, ora nei suoi incantesimi più riposti. È in questo lungo periodo che Bartolozzi, dapprima attraverso l'incisione, ci dà la testimonianza di un'alta creatività: delinea, costruisce, ricava impronte naturali da tutto, sovrappone, rielabora, in un concerto esecutivo assoluta¬mente frenetico e singolare, con intenti deliberati e tante occasioni possibili, fra tormento e sorpresa, indagine e improvvisazione. Ricordo alcuni titoli: "Fiori secchi ed altre cose" (un'armonia di impronte di gusto finissimo; è del '67); "Giaggioli" ('70), "Foglie in controluce" (delizio¬so e ricco di inaspettati movimenti lirico-cromatici nel comporre strumentale fra bianchi e neri; è del '67); "Campo di stoppie" (realizzato a Bossolasco, nelle Langhe).
Continua per qualche anno — esattamente dal '70 al '75 — a operare congiuntamente sul "paesaggio" (da intendersi come spazio naturale vasto e incondizionato) e sulla figura; ma già si predispone alla rottura verso ogni possibile residuo di figuratività pur se raggiunta attraverso la trasformazione di un'entità oggettiva in entità astratta. Ricordo benissimo "Profilo di Ara" (del '69, fra trine, spine e fili in un intrico sottile e delizioso), "Paesaggio della Val Graveglia ('70), "Crocifissione" (strana e inedita, disperata e ironica nel contempo), "Amiche" (del '73, realizzato con interventi tecnico-esecutivi di assoluta originalità, con risultati davvero sorprendenti e di grande qualità).
Dal '75 all'80 la sperimentazione assume contorni intellettivi ben precisi perdendo ogni dipendenza dall'episodio casuale: si tratta di una sperimentazione voluta intensamente, accompagnata da un ricco e praticamente inesauribile repertorio (lo dimostra, tra l'altro, in un'impegnativa mostra allo "Studio '74" di via Spallanzani alla Spezia), con suggestioni e sguardi oltre la "norma", alla ricerca sempre di una parte di realtà sconosciuta e imprevedibile. Ma c'è anche una grossa cifra di poesia, indagata e fine, dalle numerose varianti a seconda dell'intensità del rapporto fra l'artista e le materie usate ed a seconda anche della consistenza "naturale" degli oggetti più o meno consueti assunti ad immagine. I procedimenti da Bartolozzi "trovati" nel duro quanto ansioso cammino di avvicinamento alla creazione (grafica o pittorica) sono numerosi e, diciamo pure, segreti: così è giusto che sia, in quanto la loro spiegazione tecnica minuziosa verrebbe inevitabilmente a distrarre la nostra attenzione dal risultato poetico, che è limpido e pienamente leggibile. Tanti so¬no i procedimenti e altrettante sono le suggestioni, tante le consistenze compositive e altrettante le trame che attraggono e infervorano. C'è un po' di tutto in queste opere della fine degli anni settanta e dell'inizio degli anni ottanta: meditazioni vaste e lontane (attraverso muri, graffiti, tripartizioni, frammenti), brevi quanto trasparenti tormenti, lampi di sogno, e soprattutto gran voglia di incidere nella realtà interiore dell'uomo e nella struttura interna delle cose per ricavarne sensazioni nuove, coordinate, filiate dalla memoria e dall'emozione. A proposito di quest'ultima direi che si propone a noi non come turbamento momentaneo e fittizio ma come una trama ricca di frequenze "sentimentali" (che corrispondono ad altrettanti segni incisi, nel contempo registrati ed estemporanei), come un documento dell'animo, come una provocazione intelligente dagli effetti duraturi, ben oltre le intenzioni dello stesso artista.
All'82 risalgono le opere che preparano le successi¬ve "frantumazioni", opere che vivono assieme per qual¬che tempo con i "materici" in un unico esemplare: il gusto della sorpresa ha ora il sopravvento, nel senso che la ri¬cerca del nuovo e dell'inesplorato non viene mai incanalata in strutture imprigionanti ed anzi viene predisposta all'inatteso, e perché no allo sconcertante e — ripeto - ai valori cosiddetti "selvaggi" —. Direi che era inevitabile per Bartolozzi — artista che pensa e si arrovella ogni giorno sulla condizione dell'uomo e della società, in chiave (dice lui stesso) "ecologico-morale" — arrivare alle più recenti opere, a queste originali composizioni in cui si nobilita tutto, il fondo coloristico, la carta strappata, il colore successivo dato con rabbia e frenesia: era inevitabile in quanto i gesti, in Bartolozzi, da molti lustri, sono vigorosi e autonomi, in grado soprattutto di determinare in noi una proliferazione di letture e di comunicazioni "segrete" o "nascoste". C'è chi vi vede eccesso di astrazioni o sovrabbondanza di raffinatezze: io vi rintraccio invece — e mi pare davvero molto — una grande sollecitudine ad esprimere sensazioni essenziali che provengono dal profondo del "nucleo ispirativo" e che sono perciò concrete (mi riferisco alla "concretezza" venturiana, per me e per lui indimenticata) e prive di squisitezze sopra-misura.
Un discorso, quello che sta proponendo Bartolozzi con le frantumazioni, che stampa nella nostra memoria visiva tanti "umori e suggerimenti" (come dice giustamente Beringheli) scaturiti dall'intento di nobilitare ogni squarcio o brandello di materia, di scoprire nuove qualità allo spazio, di farci capire che i paesaggi interiori sono infiniti, sempre sconosciuti e sempre attraversati da inesauribili impronte — quotidiane e "storiche" — dell'uomo.
E una ricorsa continua fra separazione e unità, fra spezzettamenti e ricomposizioni: la carta strappata recupera nel quadro una nuova dimensione e diventa materia dignitosa — e persino sontuosa — arricchita com'è di ritmo (il modo con cui i pezzetti vengono accostati e incollati) e di colore, nel secondo e decisivo intervento pittorico¬compositivo.
In sostanza, nulla viene disperso dall'atto del frantumare; non c'è neppure un annullamento della funzione "espositiva" della materia-carta: tutto è anzi ricomposto (come sempre peraltro in Bartolozzi sin dalle prime incisioni e dalle centinaia di disegni, figurativi e no), ricondotto direi a corposità in un ragionamento-colloquio inedito, razionale e poetico nel contempo, fra indagine accanita e rischioso accadimento.

Ferruccio Battolini

Una contraddizione della vita artistica italiana, che è oggi tra le più ricche di mostre-premi e di iniziative locali, consiste nella scarsa capacità di riflettere, da parte delle maggiori manifestazioni nazionali ed internazionali e del mercato artistico dei grandi centri, la varietà e la complessità delle esperienze figurative, gli sforzi di tanti giovani e meno giovani che lavorano in provincia.
Per cui a sentire soltanto la voce di certa critica, il panorama artistico italiano si riduce a pochi nomi e a correnti ben definite nell'ambito di un gusto internazionale. Senza fare della demagogia, rispettando cioè il signi¬ficato dei valori più autentici e rappresentativi che necessariamente non pos¬sono nel giro di pochi anni essere poi tanti, sbaglierebbe tuttavia chi volesse isolare certe
“punte" e non prestasse attenzione alle molte voci sincere che costituiscono il tessuto caratteristico dell'Arte di un periodo.
L'opera di Enzo Bartolozzi, è frutto del lavoro tenace ed appassionato di molte stagioni.
Il fatto è che Bartolozzi, impiegato tecnico in una fabbrica meccanica deve strappare il tempo per l'incisione e la pittura alle ore che si vorrebbero dedicate al riposo; eppure nulla vi é di dilettantesco nella sua fatica. Si vedano anzitutto le acqueforti: Bartolozzi ha cominciato ad incidere relativa¬mente tardi, dopo la sua venuta a Milano dalla nativa La Spezia, nel 1957. Ricordo le sue prime acqueforti dal'segno sottile, secco, arabescato; fiori dalla lieve trama, interni lineari, nature morte racchiuse in un contorno senza sbavature, periferie un poco fiabesche. Sembra che nell'acquaforte Bartolozzi abbia trovato subito il mezzo espressivo più adatto alla sua natura che è lirica ed incisiva ad un tempo. I fogli si sono accumulati e accanto alle prove lineari troviamo esemplari più elaborati, con effetti di chiaroscuro (fiori, brughiera ed altri). Le opere di pittura, accentuano il tono drammatico e l'atmosfera vaga¬mente matissiana delle stampe lascia il posto a suggestioni di tipo espressio¬nista. I disegni a carboncino rappresentano il momento intermedio, di più diretta ricerca sul vero, tra il modo lineare-decorativo delle acqueforti e le sottolineature espressioniste dei dipinti.
Da questi brevi accenni la personalità del Bartolozzi appare ricca di spunti autentici e di pregevoli risultati. La serietà, la modestia e la passione del nostro amico, gli faranno fare, ne sono certo, ancora molto cammino.

Ernesto Treccani, ottobre 1960

Scrivo poche presentazioni, perché ci credo. Credo cioè che la presenta¬zione di un artista sia una scelta e, specialmente finché l'artista non è lan¬ciato, una scelta impegnativa. La presentazione non è come una recensione critica, che ha sempre per oggetto ciò di cui si discute o si può o si deve discutere, ma che può anche non piacere, addirittura non interessare noi che recensiamo, anche se interessa gli altri e che quindi è necessario e giusto giudicare.
Perché dunque presento queste incisioni e questi pochi dipinti di Enzo Bartolozzi? Non l'ho mai conosciuto prima di aver scoperto, in una di quelle mostre-ammasso in cui è difficile perfino vedere un capolavoro, alcuna di queste incisioni modeste, tranquille, intime, che fanno pensare a un mondo familiare, a una pace dell'anima, a una pulizia di sentimento che oggi sembra perfino impossibile. Bartolozzi — si vede subito — è uno di quelli isolati che non procedono mai per aggruppamento, per scuola, per cultura. L'esile segno, nell'economia delle lastre, e delle stampe, è quasi una scrittura privata, un rifugio dalla civiltà industriale, un'isola nascosta in un estuario calmo mentre di là, oltre la scogliera, infuria la tempesta.
Ci basta subito per capire che Bartolozzi è un tipo interessante perché, pur essendo al corrente delle polemiche contemporanee, ha scelto una terza strada e ne dà un esempio. Che strada? Mi spiego. Tra quelli che rifiutano il mondo sensibile, viaggiando sul missile della soprasensibilità, e gli altri che reagiscono in nome dell'arte d'impegno nella vasta gamma che corre dal¬l'angoscia individuale alla partecipazione sociale, Bartolozzi, che in un'azienda vive tutto il giorno e che, quindi, con l'arte vuole evadere, ha scelto la sua aiuola nel giardino del bello: e sono tetti e orti, con una luce filtrata per assa¬porare la gioia di vederli e viverli; e sono figure prese in confidenza, come dopo un lungo conoscersi, quando si comincia ad amare tutto di una persona; e sono ambienti, nei quali sembra di averci sempre vissuto come in un macrocosmo, come deve essere la casa per un gatto che ha visto solo quella.
Qual'è la forma di Bartolozzi? La più semplice, tutt'uno coi suoi contenuti, senza drammatica dialettica tra l'una e gli altri, tra il modo di dire e ciò che si vorrebbe dire.
Tutto qui, in fondo. E allora? Che bisogno c'era di presentazioni. Ebbene, oggi si vive l'assurdo, per cui bisogna fare un minimo chiasso, almeno, su chi non lo fa affatto con la sua arte. Perché il mondo, se no, così abituato agli urlatori non sente più neppure le voci melodiche.
E quella di Enzo Bartolozzi è una di queste: difficile a intenderla, ma, una volta ascoltata, di quelle che rimangono sempre nel sottofondo della memoria.

Raffaele De Grada
Mostre
ESPOSIZIONI PERSONALI

1960 Livorno - Casa della Cultura
1962 La Spezia - Galleria La Cornice
1963 Genova - Centro Art. G. I.
1964 Firenze - Saletta del Fiorino
Lerici (SP) - Galleria La Medusa
1965 Portovenere (SP) - Galleria Lo Scoglio
1966 Macerata - Studio L'Arco
1967 Cremona - Galleria Ass. Art. Prof.Ti
La Spezia - Galleria Mazzoni
1968 Savona - Galleria II Brandale
Millesimo (SV) - Galleria S.Gerolamo
Albisola Mare (SV) -Galleria Albacapo
1969 Taranto - Galleria Nuova Taras
Albisola Mare (SV) - Circolo Artisti
Millesimo (SV) - Galleria S. Gerolamo
1971 Genova - Galleria Il Vicolo
1972 Venezia - Galleria Venezia Viva
Albisola Mare (SV) - Galleria L.4
1973 Livorno - Studio La Stamperia
Udine - Galleria Segno Grafico
1974 La Spezia - Galleria Il Minotauro
1975 Genova - Interkomm Gallery
1976 Roma - Galleria Arti Visive
La Spezia - Studio D'Arte 74
1977 Brescia - Galleria La Fontana
1978 Roma - Galleria Forma studio
1979 La Spezia - Galleria Il Gabbiano
1982 La Spezia-Galleria Il Gabbiano
1983 La Spezia - Galleria Le Pleiadi
Castelnuovo Magra (SP) - Palazzo del Comune
Chiavari - Studio Fluxia
La Spezia - Galleria Il Gabbiano
1985 Genova - Galleria La Polena
1986 Verona -Galleria Studio la Città
1987 Vezzano (SP) - Pinacoteca Comunale
1989 La Spezia - Galleria Il Gabbiano
1990 Genova - Circolo Culturale Ilva
1992 Ostenda (Belgio) -Piretti Art Gallery
Gand (Belgio) - Lineart
1993 Bologna - Arte Fiera 93
1994 Ostenda (Belgio) - Piretti Art Gallery
Ostenda (Belgio) - Casino Kursaal
1996 Castelnuovo Magra (SP) - Palazzo Comunale
1999 La Spezia - Palazzina delle Arti
2003 Nottingham (Gran Bretagna) Manhattan Gallery
2004 Bayreuth (Germania) Municipio Nuovo
2011 Castelnuovo Magra (SP) – Palazzo Civico - Retrospettiva

ESPOSIZIONI COLLETTIVE

1948 Roma - 1° Mostra Nazionale d’Arte e di Ritrovati Tecnici
dei Lavoratori dell’Industria (premiato)
1949 Roma - 2° Mostra Nazionale d’Arte e di Ritrovati Tecnici
dei Lavoratori dell’Industria (secondo premio per il progetto di copertina dei Manuali della
Gazzetta per i Lavoratori)
1950 Lerici (SP) - II Premio Nazionale Pittura Golfo della Spezia
1952 Roma - 5° Mostra Confindustria (premiato)
1955 Marina di Carrara (MS) - Mostra del Paesaggio Marino
Roma - Mostra Confindustria (premiato)
1957 Milano - XX Biennale Nazionale (premio acquisto)
1958 Parma - I Biennale Nazionale di pittura e disegno
Avezzano (AQ) - Premio Nazionale Arti Figurative
Bozzolo (MN) -V Mostra Città di Bozzolo
1959 Cremona - Mostra Nazionale Grafica Italiana d'Arte
Milano - Mostra Nazionale Milano d'oggi e le Città Lombarde
Avezzano (AQ) - X Premio Nazionale (premiato per l'incisione)
Milano - II Salone I.D.I.T
Verona - II Salone I.D.I.T.
Vicenza - II Salone I.D.I.T.
Pesaro - II Salone I.D.I.T.
Pontremoli - Il Salone I.D.I.T.
Monza - Premio d'incisione Anselmo Bucci
1960 Avezzano (AQ) - XI Premio Nazionale Arti Figurative
Roma - Mostra Confindustria (premiato)
1961 La Spezia - XI Premio Nazionale Golfo Della Spezia
Avezzano (AQ) - XII Premio Nazionale Arti Figurative
Roma - Mostra Confindustria (premiato)
1962 Avezzano (AQ) - XIII Premio Nazionale Arti Figurative 1963
Venezia -V Biennale Incisione Italiana
Taranto - I Biennale Incisione Contemporanea in Italia 1963
Torino - III Salone I.D.I.T.
Torino - Galleria Codebo
Auronzo di Cadore (BL) - Premio Nazionale Il Gallo D'Oro
San Donato Milanese (MI) - Mostra della Resistenza - Pittura
Caorle (VE) - Biennale di Pittura
Prato (FI) - Premio Città di Prato
1964 Savona - I Rassegna della Pittura Ligure
Ancona - Premio Marche 1964
Pistoia - I Mostra Sala Ghibellina
Milano - Premio La Parete
1965 Cecina (LI) - Premio Italia '44 (premiato per l'incisione)
La Spezia - XIII Premio Nazionale Golfo della Spezia
Milano - III premio Nazionale Cinisello Balsamo
Reggio Emilia - II Premio Nazionale G. Scalarini
Genova - II Premio Nazionale G. Scalarini
Taranto - Il Biennale Incisione Contemporanea in Italia
San Severino Marche (MC) -I Rassegna Nazionale Arte Sacra
San Benedetto del Tronto (AP) -VI Premio Nazionale San Benedetto del Tronto
Suzzara (MN) - XVIII Premio Nazionale Suzzara
Nova Milanese (MI) - Mostra XX Anniversario della Resistenza
Viareggio (LU) - I Premio Nazionale Charitas
Savona - Premio Italia 1943-45
1966 Ravenna - IV Salone I.D.I.T
Forlì - IV Salone I.D.I.T.
Cittadella (PD) - I Biennale Incisione Italiana
Suzzara (MN) - XIX Premio Nazionale Suzzara
1967 Bolzano - Il Biennale (premiato per la pittura)
Cremona - Monteverdiana
Ancona - Premio Marche
Milano - Mostra d'Arte Contemporanea alla Rotonda della Besana
Sestri Ponente (GE) - XVI Premio Sestri (premiato per l'incisione)
Cantù (CO) - I Premio Nazionale Bianco e Nero
Viareggio (LU) - Il Premio Nazionale Charitas (premiato per l'incisione)
Piombino (LI) -1 Concorso Nazionale Il Galileo (premiato per l'incisione)
Taranto - III Biennale Incisione Contemporanea
Viareggio (LU) - Mostra d'Arte Bottega dei Vageri (premiato per l'incisione)
1968 Cairo Montenotte (SV) -VI Premio pittura
Mondovì (CN) - incontro con l'Arte d'Oggi
Grottammare (AP) - V Premio Nazionale (premiato per l'incisione)
Ancona - Mostra Internazionale Arte Grafica
Montebelluna (TV) - I Premio Internazionale di Grafica
Firenze - Premio Nazionale Arte e Sport
Roma -VIII Biennale Nazionale d'Arte Sacra Contemporanea (premiato)
Bologna - Biennale Nazionale d'Arte Sacra Contemporanea
Milano - Biennale Nazionale d'Arte Sacra Contemporanea
1969 Piacenza - Mostra d'Arte Sacra S. Maria di Campagna (premiato)
Cittadella (PD)- II Biennale Incisione Italiana
Thiene (VI) — XI Premio Nazionale Città di Thiene
Bolzano — III Biennale
Gussago (BS) — V Premio Gussago (premiato per la grafica)
1970 Faenza (RA) — III Biennale Arte Grafica Contemporanea
Firenze — Palazzo Strozzi — II Biennale Internazionale di Grafica
Alba Adriatica (TE) — Premio Nazionale Marino Mazzacurati
Forlì —VI Premio Biennale Cassiano Fenati
Taranto — IV Biennale Incisione Contemporanea in Italia
Gussago (BS) —VI Premio Nazionale di Pittura
1971 Sassari —VII Mostra Nazionale di Incisione
1972 Faenza (RA) — IV Biennale Arte Grafica Contemporanea
1973 Cuneo — Premio Cuneo Incisione
Kóln (Germania) — Italienisches Kulturinstitut Mostra Incisione
1974 Castelnuovo Magra (SP) —V Biennale di Grafica (premiato)
Venezia — 20 Incisori al Centro Internazionale della Grafica
Firenze — VIII Mostra Nazionale Arte Sport
1975 San Marino — XIII Premio di Pittura Castello di Olnano
1976 Mulhouse (Francia) — Biennale Europea della Grafica
1977 Rovigo — Mostra Incisori Veneti Palazzo Roncali
1978 Bolzano — Fiera Internazionale
1979 Sarzana (SP) — Luni Arte '71 Sala della Repubblica
1981 Ameglia (SP) — I Mostra di Grafica
1982 Livorno — I Biennale Incisione originale L. Servolini
1985 Pordenone — Aspetti dell'Incisione Italiana Contemporanea alla Galleria Sagittaria
Bologna — Arte Fiera
Basilea (Svizzera) —Arte 16
San Terenzo (SP) — Mostra d'Arte Castello di San Terenzo
1986 Basilea (Svizzera) — Arte 17
La Spezia — Arte Insieme
1987 Chiavari (GE) — La Qualità Persistente — Pittori Liguri a Chiavari
Verona —Mostra Ecologica U.N.E.S.C.O.
1989 Rovigo — Aspetti dell'incisione Italiana Contemporanea Palazzo Roncale
1990 Genova Sampierdarena — Rassegna Incisione Ligure Contemporanea
Bagnacavallo (RA) — Incisione Millenovecentonovanta
1991 Osimo (AN) — Il segno inciso
Chiavari (GE) — III Rassegna Incisori Liguri Palazzo Rocca
Chieri (TO) — Rassegna Incisori Liguri
1993 La Spezia – (Centro Allende – Sala Dante) Mostra Nazionale di Pittura "a-mare"
1994 Gent (Belgio) — Lineart'94
1996 La Spezia — Generazioni a Confronto Galleria Civica
2004 San Donato di Val di Comino (Frosinone) “Itineranze” VIII Mostra D’arte Contemporanea
La Spezia - CAMeC , “ Trait-d’union” opere e artisti contemporanei
2012 La Spezia - CAMeC , “Superfici sensibili” dialoghi con il supporto.
Firenze Art Gallerie d'arte contemporanea - partita iva 06261180480
Piazza T.Gaddi 2/R - 50143 Firenze (zona Ponte alla Vittoria) - Email: info@firenzeart.it - Tel. 055 224 028